L’onorevole e la spia: la storia di Eugenio Sarli e della misteriosa signora Jane

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Una storia incredibile che viene alla luce 40 anni dopo: e quella sulla misteriosa vita dell’onorevole Eugenio Sarli, ex Partito Comunista, un personaggio che ha fatto la storia politica dell’allora Pci, poi espulso per via della storia d’amore con una ex spia della Ddr, la Repubblica Democratica Tedesca, segretaria ed interprete dell’allora cancelliere tedesco Willy Brandt.

A distanza di oltre 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino vi raccontiamo per la prima volta la sua storia. A svelarcela sono gli stessi protagonisti che per tutto questo tempo hanno tenuto segreta la relazione che ha segnato per sempre la loro vita.
Oggi l’onorevole Sarli non c’è più, ma resta il suo racconto, ricco di date, riferimenti e personaggi. Una storia inedita che rischia ora di aprire un capitolo nuovo nella storia di quel tempo. Mentre in tutti gli altri Paesi gli archivi segreti sono stati aperti e rivelate le identità delle spie della Guerra Fredda, in Italia le resistenze sulle rivelazioni di quell’epoca sono ancora forti.
Eugenio Sarli, politico, giornalista, ma soprattutto un uomo che ha lottato e amato con la stessa passione per un’idea e per una donna. Siamo andati a Roma, lo abbiamo incontrato nella sua casa in via Collatina dove vive con Jane, una donna misteriosa, affascinante, interprete, spia e molto altro. Jane fischietta quando ci riceve. Dice subito che non vuole parlare della sua storia nonostante ci abbia invitato proprio per raccontarcela.sarli sito

Allora onorevole, ci racconti.
«Dunque ho cominciato a interessarmi di politica intorno ai 15 anni, durante il fascismo. La mia era una famiglia antifascista: papà era stato nel Partito socialista, nella corrente di Gramsci, poi, nel 1921, tra i fondatori del Partito comunista a Livorno. Dunque sin da piccolo sentivo, vedevo persone che parlavano di cose che a scuola non venivano trattate. Per esempio, non ricordo di aver mai sentito parlare di Matteotti nelle scuole elementari che ho frequentato in via Roma».
Ci racconti la sua disavventura con la politica e la straordinaria avventura che la porterà a conoscere Jane.
«Nel 1966, 10 anni dopo la rivolta di Budapest, sono stato in Ungheria. C’erano palazzi sventrati dalle cannonate dei carri armati sovietici intervenuti per soffocare la rivolta: operai, studenti, uomini, donne massacrati vigliaccamente. Fu un trauma, molti intellettuali abbandonarono il Partito comunista. In quell’occasione ci fu una riunione a Napoli e a fare la relazione per la direzione del Partito c’era Giorgio Napolitano che scrisse sull’Unità uno degli articoli più controcorrente che la storia politica possa ricordare in cui applaudiva l’intervento repressivo dei russi, lo sterminio ignobile che avevano fatto. Io intervenni tentando di farmi spiegare come mai in un paese socialista a ribellarsi contro il potere fossero stati i giovani, gli operai e le casalinghe, mentre si diceva che i lavoratori stavano al potere. Fui subito azzittito come provocatore. Napolitano minacciò di espellermi all’istante dal Partito».
Quando ha conosciuto Jane?
«Io facevo parte di una delegazione, andavamo in giro per il mondo. Eravamo tutti controllati, il Paese che ci ospitava riferiva alla direzione nazionale del Pci quello che avevamo fatto, cosa avevamo discusso, come ci eravamo espressi. Su di me c’era un pesante fascicolo, allora il responsabile dell’organizzazione era Berlinguer, certamente non l’uomo più straordinario che il partito abbia mai avuto. L’anno successivo mi mandarono nella Germania dell’Est, quella comunista e lì ho conosciuto Jane. Ho fatto esperienza diretta della politica e dell’innamoramento».

Com’è cominciato tutto?
«Ci hanno portato, con il treno, da Roma a Berlino ovest. Da lì fummo trasferiti a Berlino est. Ci tolsero il passaporto e ci diedero una carta, un pass che valeva per spostarsi solo nella città. Ci tolsero i soldi, e ci diedero i loro marchi, che non valevano assolutamente niente. Un giorno decidemmo di andare nel Mar Baltico a fare il bagno. Ci portarono all’aeroporto e lì vidi lei, Jane. Me ne innamorai subito, mi dissi “questa è la mia donna”».
Jane, che fino a quel momento era stata in silenzio, ha smesso di cantare, sorride, e prende la parola. «Io – dice – dovevo andare al Cairo per una conferenza, ma all’ultimo momento mi affidarono la delegazione di politici italiani. Ero l’interprete ufficiale dell’allora cancelliere Willy Brandt, il potente uomo politico della Germania ai tempi del Muro di Berlino, vincitore del Premio Nobel per la Pace, coinvolto in una vicenda di spie che lo portò alle dimissioni».
Onorevole cos’è che la colpì di Jane?
«Era una bella donna. Parlandoci in aereo sono stato attratto dalla sua intelligenza, era capace di esprimersi bene, in un italiano perfetto».
Ma poi cosa è successo con il partito a causa di Jane?
«Quando rientrai in Italia e lei restò in Germania, il servizio segreto della DDR prese subito contatto con la direzione del Partito comunista. Erano collegati con i servizi segreti dell’Unione Sovietica, soprattutto della DDR la STASI, con quelli dell’Ungheria, della Bulgaria, e c’era la presenza reciproca di rappresentanti di servizi segreti che venivano in Italia e prendevano contatto col Pci. Io ho vissuto personalmente queste cose e quando ho espresso il mio giudizio apertamente negativo contro il regime dittatoriale instaurato nella DDR, che era peggio di quello fascista, i miei giudizi sono stati l’occasione per riferire a Berlinguer che io ero un anticomunista, un uomo di destra e che probabilmente ero collegato con i servizi segreti americani».

Una rottura?
«Siamo nel 1966. Il periodo della rottura aperta tra me e i dirigenti del Partito. Soprattutto Berlinguer. Tornato in Italia, dopo essere stato 15 giorni con lei, la situazione era precipitata, avevano creato il vuoto intorno a me. Io vivevo a Brindisi, una notte intorno alle 3 bussarono alla porta dicendomi che dovevo recarmi immediatamente presso la sede del Pci in via Saponea, perché c’era stato un attentato dei fascisti. Mi alzai, mi vestii, ero sempre armato, era questa la condizione per poter vivere. Nella segreteria c’era il segretario, un compagno e un tizio mai visto sprofondato su una poltrona con un pistolone che mi disse “Ah, tu sei Sarli, io sono qua per dirti che la tua compagna tedesca ha tradito il potere socialista. Ha accompagnato il Ministro degli Esteri dell’Iran all’aeroporto di Berlino ovest e gli ha rubato tutti i dollari e il passaporto ed è sparita. Noi la dobbiamo trovare perché i compagni della DDR vogliono sapere se lei ha portato con sé documenti riservati”».
Jane cominica a raccontare:
«Per coinvolgere l’interpool hanno dovuto dire che io avevo rubato il passaporto di un iraniano, però questo non sarebbe stato sufficiente e allora hanno aggiunto i soldi. Ho passato 12 anni in un collegio svizzero poi siccome mia madre conosceva Willy Brandt, allora sindaco di Berlino (città autonoma), nel 1961 andai a vivere da lui e intanto studiavo Scienze Musicali. Lui mi ha utilizzato come interprete personale, perché conoscevo 6 lingue. Preferiva me, piuttosto che portarsi un’interprete per ogni lingua, era meglio che poche persone sapessero certe cose. Un giorno ero a Leningrado, Pietroburgo, e i servizi segreti russi mi presero in trappola in albergo, mi aspettavano nella mia stanza, e mi dissero di avere le prove che io ero una spia per conto dell’occidente. Mi bombardarono di accuse e lo fecero in modo furbo. Mi mostrarono una foto chiedendomi se mi riconoscevo. Ero io, in un albergo di Berlino, mentre mi scambiavo delle buste con un uomo, loro aggiunsero che questo mio pseudo complice aveva già confessato. In realtà quella era una busta per un lavoro da interprete per un viaggio di ricerca».

Non poteva dimostrarlo?
«Loro non discutono. Dopo ore di martellanti accuse mi dissero che mi avrebbero creduto se avessi firmato un foglio in cui mi impegnavo di lì in avanti a lavorare per loro. Io firmai. Ero lì, nelle loro mani, quindi ufficialmente lavoravo per il governo tedesco, ufficiosamente per loro. I russi stavano con i tedeschi ma non si fidavano, e avevano bisogno di spie. Firmai con le lacrime agli occhi. Avevano creato un nome corrispondente ad un indirizzo che conoscevo solo io, a cui inviavo lettere e nastri, dovevo spiare i miei colleghi, le delegazioni durante le conferenze, vedere chi era debole e disposto a farsi catturare dall’altra parte».
E poi?
«Nel ‘67 quando ho conosciuto Eugenio la cosa divenne più complicata: dovevo lavorare con un compagno che avrei conosciuto al Cairo. Si cominciava a fare sul serio: non solo spionaggio ma anche attentati. Finché si trattava di spionaggio potevo sempre ridimensionare il contenuto, potevano pensare che ero scema se scoprivo cose non importanti. Ma avevo conosciuto lui. E avevo il fortissimo desiderio di raggiungerlo e quando mi si è presentata l’occasione, l’ho colta al volo».
Come fece a scappare?
«Un giorno accompagnai una delegazione italiana di equitazione a Berlino ovest col pullman. Decisi di non tornare indietro, mi sentivo in pericolo. Non mi volevo compromettere più. Andai a casa di mia cugina a Berlino ovest, dichiarando all’aeroporto che chiedevo asilo politico. Vennero gli americani, mi prelevarono e mi interrogarono. Fui portata a Francoforte, con un aereo in cui io non risultavo nella lista passeggeri. Mi portarono in un campo di profughi famosi, ministri, scienziati, vicino Francoforte. Si lasciavano i documenti e ti davano una tessera come i soldati, eri libera ma non eri libera. C’era un fascicolo di76 pagine a mio nome, volevano sapere la struttura del comitato centrale di Berlino, i nomi di tutti, le competenze. Io avevo fatto lo sbaglio di chiamare Eugenio per telefono, ma la telefonata era registrata e fu trasferita alla direzione nazionale del Partito comunista».
Onorevole e poi che successe?
«Mi raggiunsero e mi minacciarono, dissero: “sai tu devi capire…”, e io dissi “sai anche tu devi capire”…»
E lei Jane?
«Mi cambiarono il colore dei capelli. Infatti a lui fecero vedere una foto, lui disse che avevo i capelli neri, gli americani me li fecero diventare biondi».

La sua fiducia nei confronti di Jane cominciò a vacillare?
«Ero convinto che dalla parte del giusto c’era il socialismo, e in fondo anche se quelli erano delle carogne erano sempre socialisti e io sono sempre stato un convinto marxista. Quando ho saputo che lei aveva tradito la fiducia dei compagni, mi dissi che non potevo stare dalla parte di chi tradisce i miei ideali».
E allora cosa fece?
«Allora dissi “cerchiamola, vediamo dov’è questa donna benedetta”. Mi dissero che stava con gli americani. Pensai che era una provocatrice volevo trovarla, e mi misi a disposizione del partito. Mi portarono con un aereo dei servizi segreti, a Roma, poi a Milano. Per andare alla sua ricerca»
La trovò?
«Non la trovai, e fu una fortuna, perché se l’avessi trovata, l’avrebbero presa e portata in Germania».
Jane: «Non solo mi avrebbero fatto sparire, sapevo veramente tante, troppe cose, soprattutto sapevo chi erano le altre spie che lavoravano per l’est. Allora c’era la guerra fredda. Dopo un po’ di tempo ci sentimmo telefonicamente e gli spiegai come erano andate le cose».
Dopo riuscì a raggiungerlo?
«Venni in Italia nel ’67. Andammo a vivere a Lecce. Un giorno stavo allattando mia figlia, e vennero 2 persone che mi portano da Lecce a Maglie in un hotel, e in una stanza mi interrogarono».
Ma chi erano: russi, americani, tedeschi….
«Non ho mai capito per conto di quale servizio segreto lavorassero. Stavo lì in lacrime, e mi chiesero di tutti i colleghi, volevano sapere i nomi di chi sarebbe stato disposto a passare dall’altra parte. Io dissi che non ci volevo più entrare in quelle storie, avevo 2 bambine. Non potevo, non volevo. Feci qualche nome dei miei ex colleghi, naturalmente dissi quelli degli interpreti non delle spie».
Lei ha sempre mantenuto la sua identità?
«L’Identità me la cambiarono in Germania per fare il doppio gioco. Mi diedero un’identità esistente, perché per loro era più comodo. Presero una donna molto simile a me, tanto che io stessa ho intrecciato le due identità. Ho unito due vite in una».
In che senso?
«Nel senso che sono la donna che loro mi dissero che dovevo essere. Con un nome che non era il mio, dei figli che non erano i miei, ma di un’altra donna. I figli di quella donna credono che io sia la loro madre, erano piccolissimi quando lei morì. I servizi segreti gli dissero che me ne ero andata perché mi ero innamorata di Eugenio».
Perché non ha più ripreso la sua vera identità?
«Ora scombussolerei tutto, è troppo faticoso, da 42 anni ho questi documenti, voglio morire così».
E i suoi veri familiari?
«Non ho più nessuno. È una storia incredibile… sarebbe difficile renderla credibile anche in un film. A volte io stessa mi confondo. È come quando ti raccontano avvenimenti successi quando sei piccolissima, tu credi di ricordarli, in realtà ti sono stati raccontati».

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