Passeggiando per New York

DSC00848di Marialuisa Giuliano – “Qui niente è impossibile: sei a New York”, cantavano Jay-Z e Alicia Keys nel tormentone americano “Empire State Of Mind”. La scoperta sembra essere all’ordine del giorno. Può succedere di uscire per una passeggiata e poi ritrovarsi a chiacchierare con quattro sconosciuti al tavolo di un bar.Sono le 10 di sabato mattina, esco di casa per fare un giro delle gallerie d’arte di Chelsea, il quartiere di Manhattan punto di partenza dei futuri grandi artisti. Il freddo pungente mi anestetizza la faccia mentre cammino verso la fermata della metropolitana. Ad ogni angolo si sente l’odore speziato dei baracchini di hod dog, per quei turisti alla ricerca dell’America on the road, ma troppo unti per i newyorkesi che preferiscono quelli dei fast food.

Salgo sul treno, c’è un ragazzo di colore che sulla musica proveniente da una radiolina scassata si esibisce in una break dance spericolata: salta, gira, ad un certo punto si lancia sul palo di fronte a me. Riesco a scalzarlo per un pelo. Stava per rompermi il naso, mi fa un sorriso, quasi a scusarsi di aver preso male le distanze. Lo perdono perchè è davvero bravo. Dopo quattro fermate arrivo, sono a Chelsea,. Entro nella galleria dove sono esposti i grandi, da Picasso a Richard Serra. Ci sono poi le gallerie d’arte contemporanea. Qui trovi di tutto.

Ogni cosa può diventare arte, penso: trovo sculture dalle bizzarre forme geometriche, pezzi di metallo colorato intrecciati con dischi di plastica, tele “tutta una tinta” direbbe mia nonna, fotografie di donne nude in pose sensuali e divertenti (la descrizione sarebbe censurata).

Davanti ad una libreria psichedelica, composta di lampade a forma di libri colorati, uno strano personaggio si avvicina e mi chiede se la libreria mi piace. Gli rispondo che mi sembra interessante, e lui ribatte che un’opera d’arte può piacere o non piacere, non può essere interessante. Capisco allora che si tratta di un artista: indossa una giacca di tweed verde, jeans attillati, e sciarpa rossa, porta gli occhiali stile Woody Allen. Comincia a disquisire dei suoi gusti artistici, parliamo delle bellezze artistiche dell’Italia, lui è di New York .

Dopo quindici minuti sentendo di cosa stavamo parlando si avvicinano due ragazze, una stilista di Tokyo e una personal shopper di Amsterdam, che sarà per il freddo o per una nuova tendenza modaiola, indossa un vestito strappato al di sopra dei pantaloni. Restiamo lì ancora un po’, poi il ragazzo, David, propone di continuare il giro tutti insieme – “Ci sto”- rispondiamo in coro. Ripensando a quel preciso momento, mi viene in mente che è come se la paura dell’altro, onnipresente nei giornali, nella tivù, fosse stata superata, come in una folgorazione istantanea, da un sentimento più forte, la fiducia.

New York, crogiuolo di culture, di persone, di realtà, quel giorno mi stava regalando una grande lezione di vita: aprirsi all’altro, superare ogni possibile timore e sospetto.

E così andiamo, insieme: io cammino avanti con Michelle, la ragazza giapponese, David e Darya ci seguono. Parliamo delle nostre diverse culture, dei differenti tipi di lavoro: gli schermi paranoici cadono. Il dubbio, la paura del nuovo viene spazzato via dal piacere di scoprire e di scoprirsi.

E dai discorsi, dai racconti di ognuno di loro, mi sento un po’ americana, un po’ giapponese, un po’ olandese, ma in fondo tanto italiana. Diventa più forte in me la convinzione che bisogna cambiare, adeguarsi. Ed è sorprendente quanti e quali ruoli possiamo vivere.

Darya racconta di aver da poco finito una storia, e di essersi trasferita a New York per ricominciare da capo. Michelle lavora nello studio di uno stilista di Soho. Anche lei voleva cambiare vita, quando 8 anni fa arrivò nella Grande Mela, e direi che ce l’ha fatta, visto che prima faceva la cameriera d’albergo.

Dopo cinque isolati ci ritroviamo di fronte al Chelsea Market, una sorta di centro commerciale in un palazzo che ricorda certi prefabbricati industriali di tanti anni fa. Il bello di New York è anche la capacità e la volontà di trovare nuovi utilizzi per luoghi altrimenti abbandonati a se stessi.

Un ragazzo all’entrata ci chiede un quarto di dollaro, aveva dimenticato il portafogli a casa e voleva comprare una bottiglia d’acqua. David gli da una pacca sulle spalle e gli dice di venire dentro con noi a prendere un caffé. Lui sorride e accetta. Anche questo episodio che sarebbe un errore considerare insignificante, mi lascia sbalordita: è come se la gentilezza facesse parte del codice genetico di questa città.

Dopo circa tre ore ci siamo salutati, augurandoci vicendevolmente buona fortuna.

Quella sera, tornando a casa, non potei fare a meno di accorgermi che tutta la gente che incontravo mi sembrava degna di interesse, piacevolmente diversa.

 

(Fonte: Yod, trimestrale di cinema, comunicazione e dialogo tra saperi)

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